Quando ho chiamato mia madre per dirle che avevo un tumore al seno, ha risposto al terzo squillo e ha abbassato la voce come se stessi interrompendo qualcosa di importante.
«Claire, siamo nel bel mezzo della festa prematrimoniale di tua cugina Jenna», disse. Sentivo delle risate alle sue spalle, il tintinnio dei bicchieri, qualcuno che chiedeva le forbici per i nastri. «Può aspettare?»
Ero in piedi nel parcheggio dell’ospedale, con una cartella stretta in mano, un referto di biopsia che aveva appena diviso la mia vita in un prima e un dopo. Le ginocchia mi tremavano così tanto che dovetti appoggiarmi alla macchina per non cadere.
«No», dissi. «Non può aspettare. Ho il cancro.»
Ci fu una pausa, ma non di quel tipo che mi ero immaginato. Non shock. Non dolore. Solo fastidio, come se avessi sollevato un problema idraulico nel bel mezzo del dessert.
«Oh mio Dio», mormorò. «Dici
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