così forte che mi facevano male i denti.
Poi ho sentito un debole lamento.
Un cane, forse di venti chili, legato al palo con una corda sfilacciata. Il suo pelo era fradicio e tremava ancora più forte di me. Qualcuno lo aveva abbandonato lì.
Proprio come se la mia famiglia mi avesse abbandonato.
Ho frugato nella borsa e ho trovato mezzo panino raffermo di due giorni prima. Mi sono accovacciata e gliel’ho offerto pezzo per pezzo. Il cane ha preso il cibo con delicatezza, tamburellando una volta con la coda sul cemento.
«Siamo uguali», sussurrai. «Entrambi siamo stati scartati la vigilia di Natale.»
Le diedi il resto del panino e lo strinsi a me per scaldarmi.
Fu allora che notai l’anziana signora seduta nell’ombra in fondo alla panchina.
Non l’avevo mai vista prima.
Sembrava avere circa settant’anni, indossava un abito leggero e pantofole fradice. I capelli grigi le si appiccicavano
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