La porta si aprì ed entrò mio padre, poi Josiah dovette chinarsi, letteralmente, per infilarsi sotto lo stipite.
Oddio, era enorme! Era alto quasi due metri, muscoloso e muscoloso, le sue braccia sfioravano a malapena lo stipite della porta e le sue mani portavano i segni di bruciature causate da una fucina che sembrava stesse frantumando pietre.
Aveva il viso rugoso, una folta barba e i suoi occhi guardavano intorno nella stanza, senza prestarmi attenzione.
Stava lì con la testa leggermente china e le mani giunte, nella posa di uno schiavo in una casa bianca. Il soprannome “bestia” era più che meritato: sembrava capace di fare a pezzi una casa a mani nude.
Poi mio padre parlò: “Josiah, questa è mia figlia, Elilapar.” Mi guardò negli occhi per un attimo, poi tornò a guardare a terra.
“Sì, signore.”
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