dei guanti. Dietro il vetro c’erano tre incubatrici, ognuna contenente un neonato così piccolo che aveva paura persino di guardarli troppo attentamente. Il primo maschietto teneva la manina rannicchiata accanto alla guancia. Il secondo si muoveva debolmente sotto una copertina blu. La bambina, la più piccola dei tre, aveva dei tubicini delicatamente fissati vicino al viso con del nastro adesivo.
Un’infermiera indicò i nomi scritti temporaneamente sulle schede.
Il piccolo A. Bennett.
Il piccolo B Bennett.
La piccola Bennett.
Alexander premette il palmo della mano contro il vetro e, per la prima volta dopo anni, pianse senza curarsi di chi lo vedesse. Sua madre, Eleanor Bennett, gli stava dietro, rigida e silenziosa, con indosso un cappotto firmato e delle perle che sembravano stranamente inutili in quella stanza piena di vita fragile.
«Non lo sapevo», disse Eleanor a bassa voce.
Alessandro non si voltò. «Nemmeno io.»
“Avrebbe dovuto dirlo alla famiglia.”
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