cartella clinica, poi mi guardò dritto negli occhi, non con rabbia, ma con qualcosa di peggio: incredulità professionale. La mia saturazione di ossigeno era inferiore a quella che avevo avuto al momento delle dimissioni. Ero gravemente disidratato, sottodosato e a rischio di sviluppare un’altra grave complicazione.
Quella sera, dopo che mi ero stabilizzata a sufficienza da riuscire a pensare lucidamente, venne a trovarmi un’assistente sociale.
Mi fece domande precise: mi sentivo al sicuro a tornare dalla mia famiglia? Controllavano spesso le mie finanze? Mi avevano mai impedito di ricevere cure mediche? Le domande mi sembravano opprimenti, quasi ingiuste, perché rispondere onestamente significava dare un nome alla realtà in cui avevo vissuto.
Le ho parlato del conto in banca, della pressione, degli insulti, di come ogni crisi della mia vita diventasse in qualche modo un fastidio per loro. Le ho detto che mia madre gestiva le cose con la forza e
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