a piegare una pila di panni e mi sono ritrovata seduta per terra con uno dei maglioni di Sarah premuto contro la faccia.
Ho pianto fino a non riuscire quasi più a respirare.
Poi mi sono asciugata gli occhi perché Jeremy è entrato in cerca del suo coniglio di peluche.
“Sei triste, papà?”
“Sì, amico. Sono triste.”
“Anche io.”
Si sedette accanto a me, si appoggiò al mio braccio e rimase lì a lungo.
I giorni successivi si confusero in un lento e grigio ciclo di accompagnamenti a scuola, pasti consumati a metà e storie della buonanotte che riuscivo a malapena a finire senza che la voce mi si spezzasse.
Mi dicevo che dovevo sopravvivere solo un’ora alla volta.
Pensavo che, col tempo, le cose sarebbero potute diventare più facili.
Ma un colpo alla porta dimostrò che l’incubo era appena iniziato.
Il bussare arrivò poco dopo le tre del pomeriggio.
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