per la scuola di specializzazione», sussurrai.
Jason si alzò in piedi. Era più alto di me, più robusto, e lo sapeva. “Non più.”
“Restituiscilo.”
“NO.”
Anche papà si alzò, incrociando le braccia. “Sei qui da quasi due anni. Bollette, cibo, utenze. Io e tua madre abbiamo deciso che così le cose si sarebbero sistemate.”
«Si pareggiano i conti?» La mia voce si incrinò. «Non mi hai mai chiesto l’affitto.»
La mamma fece una piccola alzata di spalle. “Non avremmo dovuto farlo.”
Li guardai uno per uno e non vidi vergogna. Nemmeno disagio. Solo sollievo: sollievo per aver preso ciò che volevano e per non dover più fingere che io contassi qualcosa.
Jason afferrò la valigia, aprì la porta d’ingresso e la spinse sul portico. L’aria gelida di marzo si precipitò dentro.
«Ora puoi andare», disse. «E non tornare più strisciando».
I miei genitori risero alle sue spalle.
Quello che non
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