un dolore vuoto e nauseabondo, non solo per il brutale impatto con la superficie, ma per la cruda e lacerante consapevolezza del tradimento che mi aveva fatto precipitare. Un tradimento che mi aveva colpito con una forza ben più devastante del pugno chiuso di mia madre sulla mia mascella. Andavo alla deriva lì, sospeso in un purgatorio impregnato di cloro, in bilico sul precario confine della coscienza. Sopra la superficie, attutito dal blu agitato, riuscivo a sentirli.
Stavano ridendo.
La mia stessa carne e il mio stesso sangue, le persone che condividevano il mio DNA, mi avevano semplicemente voltato le spalle e mi avevano abbandonata al mio destino. Ero all’ottavo mese di gravidanza.
Quando, dieci minuti dopo, riuscii finalmente a raggiungere il bordo ruvido di cemento della piscina, ero un relitto ansimante e tremante. Trascinai il mio corpo pesante e inzuppato oltre il bordo delle piastrelle, vomitando acqua della piscina
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