sgretolarsi. Ciò che aveva sempre dato per scontato – il mio tacito sostegno – era svanito.
Una settimana dopo, Laura arrivò da sola.
La vidi entrare dalla porta con un’espressione che non riconoscevo: occhi stanchi, pelle spenta, le mani strette alla borsa, come se avesse bisogno di aggrapparsi a qualcosa per non crollare. Ci sedemmo in cucina, allo stesso tavolo dove anni prima aveva fatto i compiti e mi aveva raccontato, tra lacrime infantili, dei suoi drammi scolastici.
«Mamma…» disse infine a bassa voce. «Non sapevo che Javier ti parlasse in quel modo. Pensavo che steste solo scherzando.»
La guardai senza asprezza, ma senza esitazione.
—Le battute non fanno male quando c’è rispetto, figlia mia. Quando non resta altro che scherno, non sono più battute. Sono disprezzo mascherato.
Gli ho parlato degli anni. Dei trasferimenti improvvisi. Dei pagamenti che ho fatto quando l’azienda era in difficoltà. Delle volte in cui ho ridotto
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