Perché mi portano via? Non hanno niente. Ora non hanno niente, tranne una donna che non vede nemmeno arrivare il pane.
Lo sentì avvicinarsi allo stipite della porta. «Forse», disse a bassa voce, «è più facile non avere niente quando si ha qualcuno con cui condividere il silenzio».
Le settimane seguenti furono un lento risveglio. Nella casa del padre, Zainab viveva in uno stato di privazione sensoriale, costretta all’immobilità, al silenzio e all’invisibilità. Jusha fece l’opposto. Divenne i suoi occhi, ma non attraverso la semplice descrizione. Dipinse il mondo nella sua mente con magistrale precisione.
«Oggi il sole non è solo giallo, Zainab», diceva, seduta in riva al fiume. «Ha il colore di una pesca appena prima di un livido. È pesante. È come avere una moneta calda in mano.»
Le insegnò il linguaggio del vento: la differenza tra il sussurro di un pioppo e il fruscio secco di un eucalipto. Le portò le sue erbe selvatiche, accarezzando con le dita le foglie seghettate della menta e la scorza vellutata della salvia. Per la prima volta nella sua vita, l’oscurità non era una prigione, ma una tela.
Ogni notte si ritrovava ad ascoltare il ritmo del suo ritorno. Si ritrovava ad allungare la mano per toccare il tessuto ruvido della sua veste, le dita che indugiavano sul battito regolare del suo cuore. Si innamorò di uno spirito, di un uomo definito dalla povertà e dalla gentilezza.
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