Pubblicità

La camminata verso la residenza dei King mi sembrò una marcia verso un campo di battaglia. Sistemai il tessuto ruvido della camicetta di Jenna, quella abbottonata fino al mento per nascondere i peccati di una codarda. Avevo le sue chiavi, la sua fede nuziale e un decennio di furia protettiva che mi ribolliva sotto la pelle.

Pubblicità

Pubblicità

La camminata verso la residenza dei King mi sembrò una marcia verso un campo di battaglia. Sistemai il tessuto ruvido della camicetta di Jenna, quella abbottonata fino al mento per nascondere i peccati di una codarda. Avevo le sue chiavi, la sua fede nuziale e un decennio di furia protettiva che mi ribolliva sotto la pelle.

Quando mi sono affacciato alla veranda della piccola casa trascurata, la porta d’ingresso si è spalancata prima che potessi afferrare la maniglia.

Lì stava una donna: Martha, la madre di Travis. Non mi salutò. Si limitò a spingermi un cesto di biancheria sul petto.

«Sei in ritardo», abbaiò, con una voce tagliente come carta vetrata. «Travis è di pessimo umore e la casa è un disastro. Entra e mettiti al lavoro. E non farti più vedere a fare il broncio come un cane bastonato.»

Non ho sussultato. Non ho abbassato lo sguardo. L’ho guardata

Per continuare a leggere, clicca su ( SUCCESSIVA 》) qui sotto!

Pubblicità

Pubblicità