Era instabile. Fragile. Riusciva a malapena a prendersi cura di sé stessa, figuriamoci di un neonato malato. Ho preso l’unica decisione pratica possibile.»
La calma con cui lo disse mi fece più rabbrividire di quanto avrebbe fatto una negazione.
“Hai detto alla mamma che il suo bambino è morto.”
“L’ho risparmiata.”
“L’hai distrutta.”
“Ho costruito io questa famiglia.”
Ho riso, una risata aspra e amara. “Hai allestito una mostra museale. Nessuno al suo interno riusciva a respirare.”
Il suo sguardo si fece più attento. “Fai attenzione.”
“NO.”
La parola ci sorprese entrambi. Uscì con voce ferma, quasi sommessa.
«No», ripetei. «Ho passato tutta la vita a stare attenta. A non turbarti. A non mettere in imbarazzo Sarah. A non chiedere alla mamma perché sembrava così vuota. A non lasciare che i miei figli facessero troppo rumore, troppo disordine, troppo. Ho chiuso.»
“Sei una persona emotiva.”
“Sono sveglio.”
Guardò oltre me,
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