forse sentirlo parlare sopra di lei, forse vedere quanto fosse esperto, quanto fosse sicuro di poter riscrivere la realtà proprio nella mia cucina.
«No», dissi, alzando la voce. «Sei stato tu a farle questo.»
La sua espressione cambiò: la maschera si incrinò quel tanto che bastava per rivelare ciò che Sarah aveva dovuto sopportare. “Muoviti”, disse.
Io no.
Fece un passo avanti e io alzai ancora di più la padella. Le mie mani tremavano così tanto che temevo di lasciarla cadere. In lontananza, udii delle sirene, deboli ma sempre più forti.
Anche Mark li sentì.
Lanciò un’occhiata alla porta rotta, pensierosa. Poi i suoi occhi tornarono su Sarah, e ciò che vidi mi gelò il sangue più di ogni altra cosa: non amore, nemmeno rabbia, ma senso di possesso. Come se lei fosse qualcosa che gli apparteneva e che lo avesse umiliato fuggendo.
Sarah si sollevò lentamente, stringendosi le costole. “
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