consiglio studentesco, la prima violinista dell’orchestra e la fondatrice del club internazionale. Eppure, guardando questo muro, si direbbe che non abbia mai messo piede in quella scuola superiore.
Ho fatto un respiro profondo e mi sono avvicinato.
Mia madre mi notò. Il suo sorriso svanì come una candela spenta.
«Oh, sei passata», disse lei, come se avessi appena interrotto un momento cruciale. «Sei arrivata».
Mio padre si voltò.
Il suo sguardo sfiorò il mio viso e poi si allontanò, come se fossi un capo d’abbigliamento appeso storto sullo sfondo.
Non ci furono braccia aperte.
Non ci furono «oggi sei splendida».
Non ci furono «siamo orgogliosi di te».
Aprii la bocca, ma la richiusi subito.
«Dove sei seduta?» chiese mia madre, già assorta da un altro ospite che la stava chiamando.
«Al tavolo 14, credo», sussurrai.
«Certo», mormorò, stupita dalla sua stessa affermazione.
Non si offrirono di accompagnarmi.
Nessuno mi chiese
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