Arrivammo a Cincinnati all’inizio di giugno, dopo quasi due mesi di viaggio. La città era vibrante, affollata, piena di persone di colore libere, abolizionisti e schiavi fuggiti che si stavano costruendo una nuova vita. Usai parte del denaro che mi era rimasto per affittare una piccola casa in un quartiere dove le coppie interrazziali, sebbene rare, non erano sconosciute. Ci presentammo come marito e moglie: Thomas e Delilah Freeman. Freeman (uomo libero), perché Delilah non aveva un cognome da schiava e lo scelse per il suo evidente valore simbolico. I primi mesi furono difficili. I soldi scarseggiavano. Trovai lavoro come impiegato in uno studio legale; la mia istruzione e la mia calligrafia ordinata erano competenze preziose. Delilah trovò lavoro come sarta; le sue mani forti, che avevano raccolto il cotone, ora creavano abiti meravigliosi. La gente ci fissava: alcuni pensavano che Delilah fosse di mia proprietà, altri che fosse
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