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Era stata sola fin dall’infanzia, finché sette enormi Apache non arrivarono chiedendole la mano.

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anni, il suo viso era già una mappa di quella durezza. La sua pelle era abbronzata del colore del cuoio pregiato di una sella e i suoi occhi del pallido azzurro di un cielo desertico. All’alba era abituata a strizzare gli occhi per proteggersi dal bagliore implacabile. Si muoveva con un’economia nata dalla solitudine, ogni sua azione mirata.

Il tonfo ritmico della sua ascia che spaccava la legna era l’unica percussione nella vasta e silenziosa orchestra della natura selvaggia.

Suo padre, Orin Abernathy, le aveva insegnato a sopravvivere in quel luogo prima che la febbre portasse via lui e sua madre 15 anni prima. Le aveva insegnato a leggere il territorio, a seguire le tracce della selvaggina, a sparare con precisione e, soprattutto, a non dipendere da nessuno.

La sua fattoria era incastonata in una piccola valle facilmente difendibile, benedetta da un dono rarissimo in quel territorio arido: una sorgente

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