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Ho cucito un vestito con le camicie di mio padre per il ballo di fine anno in suo onore – I miei compagni di classe hanno riso finché il preside non ha preso il microfono e la stanza è diventata silenziosa

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un’intera sezione e ricominciare da capo.

Zia Hilda mi è rimasta accanto per tutto il tempo, guidando le mie mani e ricordandomi di rallentare.

Alcune notti piangevo in silenzio mentre lavoravo.

Altre sere parlavo ad alta voce con papà.

Mia zia o non ha sentito o ha scelto di non dire nulla.

Ogni pezzo di stoffa portava con sé un ricordo.
La camicia che indossava il mio primo giorno di liceo, quando era in piedi sulla porta e mi disse che sarei stata bravissima, anche se ero terrorizzata.

Quella verde sbiadita del pomeriggio in cui corse accanto alla mia bici più a lungo di quanto le sue ginocchia avrebbero gradito.

Quella grigia che indossava il giorno in cui mi abbracciò dopo la giornata peggiore del terzo anno di liceo, senza farmi una sola domanda.

L’abito divenne una sorta di collezione personale. Ogni punto custodiva un ricordo.

L’ho finito la sera

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