gelaterie che non custodivano ricordi. Sceglievano luoghi che non avrebbero ricordato loro tutti gli anni che avevano perso.
Parlarono. All’inizio di piccole cose. Scuola. Musica. Libri.
Poi cose più profonde. Mi tenevano in disparte, osservavo da bordo campo. Protettivo. Cauto. Ma stranamente sollevato.
Susie le poneva domande difficili. Non si tirava indietro.
“Perché te ne sei andato?”
“Volevi bene alla mamma?”
“Hai pensato a noi?”
Non gli ho mai chiesto cosa avesse risposto. Non spettava più a me saperlo. Quella strada, per quanto tortuosa e piena di buche, apparteneva a loro.
Ciò che contava era che Susie non fosse triste. Non permetteva alla rabbia di radicarsi troppo in profondità. Scelse la curiosità invece della rabbia. Scelse la guarigione.
Il perdono arrivò lentamente. Non per lui. Ma per lei. Perché la rabbia brucia solo chi ha in mano il fiammifero.
Vederla perdonarlo non significa che l’abbia dimenticato. Non avevo cancellato tutte
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