in sottofondo potei sentire il ticchettio familiare dell’orologio da cucina.
“È passato di qui.”
Non ho dovuto chiedere chi fosse.
La mia mano si strinse attorno al cucchiaio di legno.
“Quando?”
“Questo pomeriggio. Tuo fratello l’ha portato.”
Ho abbassato la fiamma e mi sono allontanato dai fornelli.
“E?”
“Se ne stava in piedi sulla veranda come se avesse ancora il diritto di sentirsi a suo agio lì.”
La sua voce era cambiata. Non era più spaventata. Era più ferma, quasi offesa.
“Ha detto che voleva parlare.”
“Che cosa hai fatto?”
Un’altra pausa, poi, molto silenziosa, con un tono che sembrava di incredulità:
“Gli ho detto di no.”
Mi sono seduto al tavolino della cucina.
“Gli hai detto di no?”
“SÌ.”
E poi rise. Solo un po’, ma di gusto.
“Sembri sorpreso.”
“Sono.”
«Beh», disse, e potevo sentire la nota di sarcasmo nella sua voce, quella che avevo ereditato e affinato
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