“Bene. Allora, godetevi la casa.”
Le ho rivolto un sorriso che in realtà non era affatto un sorriso.
Chiuse di nuovo la porta.
Rimasi lì in piedi sulla veranda, con il cuore che mi batteva forte nelle orecchie, a fissare i numeri di ottone sopra la porta. Gli stessi numeri che avevo guardato centinaia di volte durante la mia infanzia. Lo stesso piccolo graffio sulla vernice accanto al campanello, dove mia madre una volta aveva appeso una ghirlanda troppo pesante per il gancio.
La stessa casa.
E in qualche modo, completamente no.
Non era solo sbagliato. Era sbagliato a un livello tale da farmi venire la pelle d’oca.
Mia madre era a casa, ma a quanto pare la sua casa era ora occupata da uno sconosciuto che ci viveva da sette mesi. E mia madre, che presumibilmente non si era trasferita, non era in casa.
I regali che tenevo in
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