che ho capito cosa si provasse, avevo sette anni.
Quello fu l’anno in cui mia madre si risposò.
Ricordo il giorno del matrimonio: la torta, l’abito che mi prudeva e tutti continuavano a dirmi quanto fossi fortunata ad avere di nuovo un papà. Suonava bene. Un papà. Persino la parola aveva un peso. Non avevo molti ricordi del mio vero padre. Era morto quando avevo quattro anni. Solo un paio di immagini sfocate e l’odore del suo dopobarba, che a volte riaffiorava all’improvviso come un fantasma.
Il nuovo arrivato non incuteva timore nei modi più ovvi. Non urlava. Non sbatteva le porte. In pubblico era cordiale, affascinante, disponibile. Faceva ridere la gente.
Ma c’era qualcosa nel modo in cui a volte mi guardava, come se stesse cercando di risolvere un problema che avrebbe voluto semplicemente eliminare dalla sua lista di cose da fare.
Ed ecco il problema: mia madre sembrava
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