nella carta di giornale, insieme a quella vecchia foto del giardino in cui mi si vedeva con il dente incisivo mancante. Sul retro della cornice era attaccato un biglietto scritto di suo pugno.
Ho smesso di lasciare che siano gli altri a dirmi chi è mia figlia.
L’ho letto tre volte.
Poi ho messo la foto sulla mia scrivania.
Non perché abbia cancellato qualcosa. Non l’ha fatto.
Non perché potesse rimediare ai problemi dell’infanzia. Non ci sarebbe riuscito.
Ma perché ogni tanto la vita ti riserva qualcosa di più discreto della vendetta e più utile delle scuse.
Ti fornisce una prova.
La prova che la verità può arrivare tardi e avere comunque importanza.
La prova che essere messi in dubbio non significa avere torto.
La prova che la casa, quando sopravvive a tutte le distorsioni che le persone le infliggono, può ancora ritrovare la strada per tornare da te.
E
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