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La diciottesima tata uscì di corsa dalla villa sanguinante. “Quel bambino è un mostro!” gridò. Io ero solo una domestica di 22 anni assunta dal boss mafioso più temuto della città. Quando suo figlio di 4 anni mi aggredì con una statua di bronzo, non urlai né mi licenziai. Mi inginocchiai e lo abbracciai. Il bambino scoppiò in lacrime. Non parlava da due anni, da quando sua madre era stata assassinata. Quella notte, mentre lo rimboccavo, il piccolo mi afferrò la manica e sussurrò la sua prima parola: “Porta”. Il boss mafioso impallidì.

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finché non raggiungemmo la fine del corridoio. Era un vicolo cieco. Solo un’enorme parete di pannelli di mogano finemente intagliati.

Mason lasciò la mia mano. Si avvicinò al legno, allungando le sue piccole dita verso una rosetta decorativa intagliata nella modanatura. La premette.

Un pesante e meccanico clangore risuonò fin troppo forte nel silenzio. Una fessura si aprì nel legno massiccio. Una porta nascosta si spalancò, rivelando un’oscurità impenetrabile. Una stanza blindata.

Mason fece un passo indietro, rifiutandosi di guardare dentro. Affondò il viso nella mia gamba, tremando violentemente.

Deglutii a fatica, spingendo la pesante porta per aprirla. Brancolando nel buio lungo il muro, la mia mano sfiorò un interruttore pesante. Lo azionai.

Una fioca luce a incasso si accese a intermittenza. La stanza non era un bunker d’acciaio vuoto. Era uno studio bellissimo ed elegante. Scaffali pieni di libri rivestivano le pareti. Una delicata scrivania era posizionata al centro.

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