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La diciottesima tata uscì di corsa dalla villa sanguinante. “Quel bambino è un mostro!” gridò. Io ero solo una domestica di 22 anni assunta dal boss mafioso più temuto della città. Quando suo figlio di 4 anni mi aggredì con una statua di bronzo, non urlai né mi licenziai. Mi inginocchiai e lo abbracciai. Il bambino scoppiò in lacrime. Non parlava da due anni, da quando sua madre era stata assassinata. Quella notte, mentre lo rimboccavo, il piccolo mi afferrò la manica e sussurrò la sua prima parola: “Porta”. Il boss mafioso impallidì.

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La diciottesima era uscita di corsa dai cancelli principali proprio ieri, con l’uniforme strappata e una ferita sanguinante sulla fronte, urlando così forte da far sobbalzare le guardie del corpo armate vicino alle colonne di pietra.

Questo accadde per colpa di Mason Blackwood.

Aveva quattro anni. Aveva ereditato gli occhi scuri e penetranti del padre, ma invece di autorità, in essi si celava un terrore selvaggio e senza fondo. Due anni prima, sua madre, Camila Blackwood, era stata uccisa in un brutale agguato in centro città. Alexander era sopravvissuto. Mason, che era in macchina, era sopravvissuto. Ma il bambino che era tornato alla villa non era più lo stesso.

Smise di parlare. Non chiese acqua. Non pianse chiamando il padre. Non disse mamma. Diventò un fantasma di pura rabbia e panico, mordendo, scalciando e lanciando oggetti pesanti contro chiunque cercasse di toccarlo. I migliori psichiatri pediatrici da New York a

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