tallone.
Il volto di mia madre, bello e furioso, immobile sopra di me mentre cadevo all’indietro nella parte più profonda della piscina.
E la mia pancia.
Incinta di otto mesi. Rotonda, dolorante, appesantita dalla bambina che avevo già chiamato Lily Grace.
Ho provato a dare un calcio.
Un dolore lancinante mi attraversò il fianco, tanto che la vista mi si annebbiò. I polmoni mi bruciavano. Il cloro mi graffiava la gola. Le braccia si muovevano lentamente, inutilmente, come se l’acqua si fosse trasformata in colla.
Sopra di me, attraverso il rombo soffocato nelle mie orecchie, ho udito delle risate.
Non urlare.
Non passi frenetici.
Non qualcuno che grida: “Chiamate il 911!”
Risata.
La voce di mio fratello fluttuò attraverso l’acqua, distorta e distante.
“Sa davvero come fare un’entrata in scena.”
Un’altra voce, forse quella di mia zia Diane, disse qualcosa che non riuscii a capire, seguita da altre risate.
Poi
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