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La mia famiglia mi ha lasciata annegare mentre ero incinta, poi ha sorriso a cena finché non è entrato lo sceriffo

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cosa onesta rimasta al mondo.

Sono strisciato fuori a quattro zampe.

L’acqua mi colava dal vestito. I capelli mi si scompigliavano intorno al viso. Le ginocchia strisciavano sul cemento. La pancia si contraeva di nuovo, più forte questa volta, togliendomi il respiro.

Dall’interno della casa, attraverso le porte finestre aperte, ho sentito cantare.

“Buon compleanno…”

Compleanno.

Ovviamente.

La torta di compleanno di mia madre.

Mi avevano lasciato in balia degli eventi e si erano rifugiati dentro per cantare per lei.

Giacevo lì, tremante, sul bordo della piscina, tossendo acqua sul cemento, con una mano sotto la pancia e l’altra premuta contro la guancia.

Poi qualcosa di caldo mi è scivolato lungo la gamba.

Per un attimo ho pensato che fosse sangue.

Allora ho capito.

Mi si sono rotte le acque.

Ho riso.

Ne uscì un discorso confuso e sgradevole, mezzo singhiozzo, mezzo colpo di tosse. Ero lì, fradicia, piena di

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