e regolarmente. Nessun guinzaglio. Nessuna targhetta visibile. Eppure non c’era nulla di vagabondo in lui. I suoi occhi esprimevano qualcosa di più profondo dell’addestramento: qualcosa plasmato dalla paura, dalla lealtà e dalla memoria.
Don Ernesto passò le dita tremanti tra il pelo del cane.
“Ora sei al sicuro”, mormorò dolcemente.
“Non so perché… ma lo sei.”
Il cane chiuse gli occhi, solo per un attimo, come se quelle parole avessero aperto un luogo che stava cercando senza saperlo.
Poi il silenzio si ruppe.
Una sirena ululò.
Poi un’altra.
Il suono squarciò la nebbia, acuto e improvviso. Stivali pesanti colpirono il legno bagnato. Le radio gracchiarono. Le voci si sovrapposero.
«Laggiù, vicino alle panchine!» gridò qualcuno.
Don Ernesto alzò lo sguardo, sorpreso.
Dalla nebbia emersero delle figure: agenti della polizia municipale che formavano un ampio arco, due auto di pattuglia ferme all’ingresso del
molo. In testa al gruppo c’era una donna
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