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Mia nipote di dodici anni stava studiando nel bagno gelido alle due del mattino, tremando nel suo cappotto invernale. “Non posso accendere le luci in camera. Se si sveglia, papà ha detto che ci caccerai di casa”, singhiozzò. Mi si gelò il sangue. “Lei?” chiesi. Mio figlio aveva segretamente fatto trasferire qualcuno nella mia villa. Peggio ancora, vidi sua moglie aprire lo studio proibito del mio defunto marito con un vassoio di cibo. Afferrai la chiave principale, pronta a buttarli tutti in strada. Spalancai la porta con un calcio. Ma quello che vidi mi distrusse completamente.

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tanti complimenti in un angolo, completamente sepolta sotto una montagna di portapillole in plastica, tubi per l’ossigeno e salviette sterili. Il tappeto persiano era stato arrotolato per permettere a una pesante sedia a rotelle motorizzata di muoversi liberamente. Al centro della stanza, circondato da una sorta di fortezza improvvisata fatta di divisori medici, c’era un letto d’ospedale.

Ma il letto era vuoto.

Sul pavimento, incastrata goffamente sotto un’asta per flebo aggrovigliata e i pesanti poggiapiedi rovesciati della sua sedia a rotelle, giaceva una bambina di dieci anni.

Cloe.

Era di una fragilità disarmante, gli arti sottili e contorti in posizioni innaturali. La sua pelle aveva una terrificante tonalità grigia traslucida, le labbra tinte di blu. Gli occhi erano rovesciati all’indietro e il petto era scosso da spasmi brutali e strazianti, nel tentativo di far passare l’aria attraverso una trachea che si stava chiudendo violentemente.

Emma era in ginocchio accanto a

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