“Chloe?” La voce di Emma era carica di panico. “Chloe, cosa c’è che non va? Respira. Guardami, respira!”
Poi si udì un forte e agghiacciante schianto: il suono del metallo che si contorceva, delle pesanti apparecchiature mediche che crollavano e il corpo di un bambino che sbatteva sul pavimento di legno.
«Aiuto!» urlò Emma, un suono che squarciò il legno pesante e frantumò il mio orgoglio in mille pezzi taglienti. «Qualcuno, per favore, mi aiuti!»
Spalancai la porta e barcollai nella stanza.
La prima cosa che mi colpì fu l’aria: non profumava più del tabacco da pipa alla ciliegia di Arthur o dei suoi vecchi libri rilegati in pelle. Sapeva di disinfettanti, lozione alla lavanda e del pungente odore del panico.
La stanza era irriconoscibile. L’enorme scrivania in mogano di mio marito era stata spinta senza
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