la luce troppo fioca, il caffè nell’angolo troppo amaro. Non si era cambiato d’abito. Il brodo di ossa essiccato sulla sua camicia si era trasformato in una crosta scura e dura, un promemoria fisico della violenza che si era consumata nel suo stesso rifugio.
Il suo telefono vibrò contro la coscia. Era di nuovo Marcus.
«Parlami», disse Julian con voce roca.
«Siamo al terminal privato di Teterboro», disse Marcus con voce tesa, sovrastando il rombo dei motori a reazione in sottofondo. «Mancavano dieci minuti all’imbarco su un Gulfstream G650. Non era sola, Julian. Abbiamo accompagnato Silas Vance.»
Julian avvertì un brivido gelido che non aveva nulla a che fare con l’aria condizionata dell’ospedale. Silas Vance era un nome che non sentiva da tre anni. Silas era stato il suo primo direttore finanziario, un uomo che aveva licenziato per “irregolarità” che all’epoca, per clemenza, non aveva perseguito legalmente.
«Silas?» sussurrò Julian,
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