e mi ha inzuppato la camicetta. La schiena mi faceva un male cane, i nervi erano in preda al panico. Non riuscivo a respirare, riuscivo solo a emettere gemiti soffocati e umidi.
«Alzati», ringhiò Brianna. Alzai lo sguardo, con la vista che mi girava. Non era spaventata. Sembrava contenta. «Smettila di fingere. Stai bene. Pulisci questo pasticcio prima che macchi il pavimento.»
Il terrore mi assalì. Le mie dita formicolavano, erano intorpidite e inutilizzabili.
«Ho detto ALZATI!» urlò, tirandomi il colletto, le unghie che mi si conficcavano nella pelle. «Sono stufa di te. Del tuo odore. Della tua esistenza.»
Poi le doppie porte si spalancarono.
Il silenzio che seguì fu peggiore delle urla.
Julian rimase lì in piedi.
Non avrebbe dovuto essere ancora a casa. Aveva ancora il cappotto addosso, la valigetta penzolava inutilmente dalla sua mano. I suoi occhi percorsero il pavimento: brodo, ferro, sua madre accasciata dal dolore.
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