loro momento», dissi. La mia voce era cristallina, completamente priva di paura, intrisa di una quieta e letale autorità. Il microfono captò il gelido timbro del mio tono, proiettandolo fin nel profondo del pubblico. «Grazie. La vostra crudeltà mi ha costretto a costruire un palco dove non ho più bisogno del vostro permesso per stare in piedi.»
Nella stanza regnava un silenzio assoluto, carico del brutale e inespresso significato delle mie parole.
Prima che gli applausi potessero riprendere, la pressione all’interno del fragile e narcisistico ego di Thomas esplose violentemente. Non riusciva a elaborare la realtà. Non riusciva ad accettare che la serva che intendeva sfrattare fosse la regina della stanza.
Si alzò in piedi, dando un calcio così forte alla sedia che questa colpì in pieno le ginocchia del neurochirurgo che gli stava dietro. Era intrappolato in un panico cieco, disperato e schiumante.
«Questo è un errore!» urlò Thomas,
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