60 gradi sotto zero. Stava risparmiando combustibile. Se la cavava. Stava sopravvivendo.
Poi sentì bussare forte alla porta.
Inizialmente era debole, quasi perso nel vento. Pensò di esserselo immaginato, uno scherzo della tempesta, un ramo sbattuto contro il muro. Ma tornò, più forte, più disperato, un ritmo che poteva essere solo umano.
Ingred si diresse verso la porta. Appoggiò l’orecchio allo stipite e gridò: “Chi c’è?”
La voce che rispose era appena udibile, lacerata dal vento, ma lei riuscì a cogliere una parola. “Aiuto”.
Aprì la porta.
Thomas Arnison cadde nella sua cabina.
Era ricoperto di neve, la barba completamente congelata, gli abiti rigidi per il ghiaccio. Aveva gli occhi selvaggi e persi nel vuoto, e le mani, quando Ingred le afferrò per trascinarlo dentro, erano bianche e dure come il legno. Congelamento, un congelamento grave, di quelli che uccidono le dita e a volte anche gli uomini.
Chiuse la
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