«Può restare nel capanno», disse Zainab a Yusha, con voce priva di malizia, piena solo di fredda e pura compassione. «Dagli da mangiare. Dagli una coperta. Mostragli la gentilezza che lui non ci ha mai mostrato.»
Si voltò verso la casa e la sua mano incontrò quella di Jusza con precisione infallibile.
Mentre entravano in casa, lasciando il vecchio ferito in giardino, il sole cominciò a tramontare. Per chiunque altro, sarebbe stato un normale cambio di luce. Ma per Zainab, fu la sensazione di una brezza fresca sulla guancia, il profumo dei fiori di enotera e il peso solido e concreto di una mano che stringeva la sua.
Non riusciva a vedere la luce, ma per la prima volta nella sua vita non era immersa nell’oscurità.
La casa di pietra sulla riva del fiume divenne un santuario, un luogo dove l’aria profumava di lavanda e il dolce mormorio di un ruscello di montagna scandiva un ritmo costante e armonioso. Ma per Yusha, la pace era una fragile scultura di vetro. Sapeva che segreti di tale portata – un medico morto resuscitato come guaritore del villaggio – non sarebbero rimasti sepolti per sempre.
Il cambiamento ebbe inizio una notte, quando il vento scosse le persiane con una forza insolita e furiosa. Zainab sedeva accanto al camino, le sue orecchie sensibili percepirono un suono che non apparteneva alla tempesta: il ritmico tintinnio delle ruote di ferro e il respiro affannoso e pesante dei cavalli spinti al limite.
«Sta arrivando qualcuno», disse, la sua voce che squarciava il crepitio del fuoco. Si alzò, la mano che istintivamente cercava l’elsa del piccolo coltello d’argento che usava per tagliare le erbe e le ombre che ancora sentiva in agguato ai margini delle loro vite.
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