«Sono felice», disse Zainab con voce tremante ma ferma. «Mi tratta come se fossi fatta d’oro. Una cosa che nostro padre non ha mai capito.»
Aminah rise, una risata acuta e stridula che spaventò un corvo lì vicino. “Oro? Oh, povero, ingenuo, cieco sciocco. Credi che sia un mendicante perché è povero? Credi che questa sia una tragica storia d’amore?”
Aminah si avvicinò, il suo respiro caldo sfiorava l’orecchio di Zainab. “Non è un mendicante, Zainab. È la penitenza. È un uomo che ha perso tutto in una scommessa che non poteva vincere. Non resta con te per amore. Resta con te perché si sta nascondendo. Sta usando la tua cecità come un mantello.”
Il mondo piombò nel silenzio. I suoni degli uccelli, dell’acqua, del vento… tutto svanì, sostituito da un boato nelle orecchie di Zainab. Barcollò all’indietro, il suo bastone urtò una radice e quasi crollò.
«È un bugiardo», sussurrò Aminah. «Chiedigli del Grande Incendio dell’Est. Chiedigli perché non può venire in città.»
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Zainab fuggì. Non con il suo bastone; corse istintivamente e in preda al dolore, ritrovando la strada per la capanna con le gambe a pezzi. Rimase seduta nell’oscurità per ore, con la terra gelida che le penetrava nelle ossa.
Quando Yusha fece ritorno, l’aria era diversa. Il suo odore di fumo di legna ora puzzava di inganno bruciato.
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