e rimase seduta ansimando, come se avesse corso.
Per diversi secondi, nessuno dei due ha parlato.
I suoi occhi si posarono sulla fotografia che avevo in grembo. Qualcosa cambiò nel suo viso, un dolore così antico da sembrare quasi familiare.
«L’hai trovato», disse lei.
La sua voce era bassa, cauta, venata da un accento che non riuscivo a identificare, addolcito dagli anni e dalla distanza.
“Chi sei?” chiesi.
Mi guardò, e la risposta era già lì, prima ancora che la pronunciasse.
“Mi chiamo Claire.”
Il nome irruppe nell’auto come un altro lampo. Claire. Un nome semplice. Un nome che avrebbe potuto essere pronunciato alle feste di compleanno, scritto sui biglietti di Natale, ricamato sulle calze, chiamato a gran voce al piano di sopra durante la cena. Invece, suonò come un segreto svelato da una stanza chiusa a chiave.
Abbassai lo sguardo sulla bambina nella fotografia. “Sei tu.”
Claire annuì una
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