vita. Se oltrepassi un limite una volta, non lo rivedrai mai più. Hai capito?»
Eleanor annuì con forza, le lacrime che le rigavano le ciglia. “Capisco. Lo prometto.”
«Allora puoi andare», dissi, girando la testa verso la finestra.
Se ne andò in silenzio. I limiti rappresentavano una sorta di pace che non avevo mai conosciuto prima. Non lottavo più per il mio posto nel loro mondo; ne avevo costruito uno mio.
Le settimane si trascinavano inesorabilmente. Il peso fisico di dover stare a letto con due gemelli era straziante. Avevo mal di schiena, i piedi gonfi e la paura di un’altra emorragia era un’ombra costante nella mia mente.
Infine, dopo trentasei settimane, la fortezza cedette.
Era mezzanotte quando mi si sono rotte le acque. Non c’è stato un graduale aumento delle contrazioni. È stato un caos immediato e violento. Mia madre mi ha portato di corsa all’ospedale, con le gomme
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