tagliente. Un lampo di qualcosa, forse rabbia, forse delusione, attraversò gli occhi di Gotchimin così rapidamente che quasi non lo vide.
«Non hai capito», disse, con voce più dura. «La moglie di un capo Chirikawa non è una schiava. È il cuore della comunità. È rispettata. È protetta. Non ti mancherebbe nulla: cibo, cavalli, coperte, protezione da tutti i nemici. La tua vita di fatiche finirebbe.»
Indicò con un gesto la sua piccola e squallida dimora.
“Sei solo. Lotti per ogni briciola. Ogni giorno è una battaglia contro il sole, la siccità, i predatori. Con noi, faresti parte di un popolo. Non saresti mai più solo.”
Le sue parole l’avevano colpita nel vivo. Con poche semplici frasi, aveva riassunto alla perfezione la brutale e snervante verità della sua esistenza. La solitudine era un dolore costante, un arto fantasma con cui aveva imparato a convivere. Ma sentirlo dire ad alta voce
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