niente.
Le sue labbra erano serrate.
“Forse hai sbagliato indirizzo.”
«No», dissi in fretta, scuotendo la testa. «Non è un indirizzo sbagliato. Sono cresciuto in questa casa. La conosco in ogni suo angolo.»
Emise un piccolo sospiro, di quelli che si fanno quando non si ha più voglia di assecondarti.
“Senti, non so cosa dirti.”
E poi mi ha chiuso la porta in faccia.
Il suono era debole, ma avrebbe potuto benissimo essere uno sparo.
Rimasi lì, con la borsa in una mano e i regali per mia madre nell’altra, a fissare la porta dipinta di bianco come se potesse dissolversi da un momento all’altro, rivelando lei lì dietro, sorridente, che diceva che stava scherzando. Non accadde.
Invece, ho tirato fuori il telefono e ho chiamato mia madre. Il suono della sua voce in quel momento era quasi disorientante, fin troppo normale rispetto a quello che stavo vedendo.
“Ti sei
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