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La camminata verso la residenza dei King mi sembrò una marcia verso un campo di battaglia. Sistemai il tessuto ruvido della camicetta di Jenna, quella abbottonata fino al mento per nascondere i peccati di una codarda. Avevo le sue chiavi, la sua fede nuziale e un decennio di furia protettiva che mi ribolliva sotto la pelle.

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Poi si udì il tonfo sordo degli stivali sul pavimento.

Travis King entrò nella stanza. Era un uomo corpulento, con la corporatura robusta di chi usa la propria stazza per intimidire chi è più piccolo di lui. Non mi degnò nemmeno di uno sguardo.

«Dov’è la mia cena?» ringhiò, dirigendosi verso il frigorifero.

Mi alzai lentamente. “Fallo tu, Travis.”

Nella stanza calò un silenzio di tomba. Persino l’aria sembrò fermarsi. Travis si voltò, il viso arrossato, una vena che gli pulsava sulla tempia. Mi guardò come se fossi un mobile a cui fossero improvvisamente spuntati i denti.

“Cosa mi hai detto?”

«Ho detto», feci un passo avanti, verso la luce dove poteva vedere l’assenza di paura nei miei occhi, «la cucina è proprio lì. Hai le mani. Usale.»

Scoppiò in una risata acuta e sgradevole. “Credo che tu abbia bisogno di un promemoria su chi comanda in questa casa.”

Si

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