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La diciottesima tata uscì di corsa dalla villa sanguinante. “Quel bambino è un mostro!” gridò. Io ero solo una domestica di 22 anni assunta dal boss mafioso più temuto della città. Quando suo figlio di 4 anni mi aggredì con una statua di bronzo, non urlai né mi licenziai. Mi inginocchiai e lo abbracciai. Il bambino scoppiò in lacrime. Non parlava da due anni, da quando sua madre era stata assassinata. Quella notte, mentre lo rimboccavo, il piccolo mi afferrò la manica e sussurrò la sua prima parola: “Porta”. Il boss mafioso impallidì.

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sul marmo italiano importato, il secchio si rovesciò e un’ondata di acqua saponata si riversò sul pavimento. Un dolore lancinante mi attraversò il petto.

“Muratore!”

La voce tuonò dalla cima della grande scalinata, facendo tremare il lampadario di cristallo. Alexander Blackwood era lì in piedi, con un bicchiere di whisky ambrato in mano, il volto una maschera di furiosa disperazione. “Fermate tutto questo immediatamente!”

Ma il ragazzo non si fermò. Il lancio non bastò. Spinto da un fuoco invisibile e straziante, Mason si avventò su di me. Iniziò a prendermi a calci le gambe, i fianchi, a sferrare pugni con le sue piccole mani sulle mie spalle. Fu una raffica di violenza disperata.

Le guardie si immobilizzarono. Evelyn apparve sotto un arco, con un’espressione di fredda attesa sul volto. Tutti aspettavano l’inevitabile. Aspettavano che io spingessi via il ragazzo, che urlassi, che imprecassi, che mi arrendessi, proprio come le diciotto

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