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La diciottesima tata uscì di corsa dalla villa sanguinante. “Quel bambino è un mostro!” gridò. Io ero solo una domestica di 22 anni assunta dal boss mafioso più temuto della città. Quando suo figlio di 4 anni mi aggredì con una statua di bronzo, non urlai né mi licenziai. Mi inginocchiai e lo abbracciai. Il bambino scoppiò in lacrime. Non parlava da due anni, da quando sua madre era stata assassinata. Quella notte, mentre lo rimboccavo, il piccolo mi afferrò la manica e sussurrò la sua prima parola: “Porta”. Il boss mafioso impallidì.

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donne prima di me.

Invece, una strana, travolgente ondata di chiarezza mi invase. Guardai quella minuscola creatura tremante. Non vidi un mostro. Vidi un animale intrappolato che si mordeva una zampa per liberarsi da una trappola.

Reprimendo un gemito, mi strinsi le costole in fiamme con una mano e spostai lentamente il peso, abbassandomi fino a sedermi nella pozzanghera d’acqua, perfettamente alla sua altezza. Non allungai una mano. Non cercai di fermare i suoi movimenti oscillanti.

«Ha fatto male», dissi. La mia voce non era di rimprovero. Era solo una constatazione calma e decisa. «La statua ha fatto molto male. E anche i calci hanno fatto male.»

Mason si fermò a metà del movimento. Il suo petto si alzava e si abbassava con violenza, i suoi occhi scuri spalancati e selvaggi, fissi nei miei.

Tenevo le mani appoggiate aperte sulle ginocchia. Guardai il bambino e mi toccai il petto, proprio

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