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La serata iniziò come tante altre. Le luci del negozio erano fredde, il pavimento lucido e l’aria odorava di polvere e detersivo a buon mercato.

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Solo… non rubare più.

Non osò prenderle subito. Le sue dita sfiorarono le banconote come se fossero bollenti.

«Li… restituirò», sussurrò. «Lo giuro.»

«Restituiscili a tua madre», risposi. «Ne ha bisogno adesso.»

Proprio in quel momento, alle mie spalle, sentii uno strattone secco a una sedia e dei passi pesanti.

Kalin.

Il mio capo era uno di quelli che non entravano nella stanza, ma irrompevano con fare minaccioso. Sempre con le regole in bocca e il sospetto negli occhi. Guardò la ragazza, la borsa, i soldi che teneva in mano, e il suo viso si contorse.

«Che cosa stai facendo?» sibilò. «Distribuisci soldi? Apri un negozio di beneficenza?»

Ho cercato di parlare con calma.

– Kalin, è una bambina. Ha rubato delle caramelle. Le ho pagate io. Le ho dato i miei soldi.

– Tuo? – rise, ma la sua risata fu come uno schiocco. – Tu sei il volto del negozio. Sei un

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