Solo… non rubare più.
Non osò prenderle subito. Le sue dita sfiorarono le banconote come se fossero bollenti.
«Li… restituirò», sussurrò. «Lo giuro.»
«Restituiscili a tua madre», risposi. «Ne ha bisogno adesso.»
Proprio in quel momento, alle mie spalle, sentii uno strattone secco a una sedia e dei passi pesanti.
Kalin.
Il mio capo era uno di quelli che non entravano nella stanza, ma irrompevano con fare minaccioso. Sempre con le regole in bocca e il sospetto negli occhi. Guardò la ragazza, la borsa, i soldi che teneva in mano, e il suo viso si contorse.
«Che cosa stai facendo?» sibilò. «Distribuisci soldi? Apri un negozio di beneficenza?»
Ho cercato di parlare con calma.
– Kalin, è una bambina. Ha rubato delle caramelle. Le ho pagate io. Le ho dato i miei soldi.
– Tuo? – rise, ma la sua risata fu come uno schiocco. – Tu sei il volto del negozio. Sei un
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