volta sotto il suo cappotto, mentre si allacciava l’imbracatura improvvisata intorno alla vita. La prima salita la fece quasi cadere in ginocchio. La seconda le tolse il respiro. Alla terza smise di contare. Si limitò a sporgersi in avanti, a conficcare gli scarponi nella montagna e a tirare.
I gemelli non piansero. Forse erano troppo spaventati, o troppo infreddoliti, o troppo esausti. Una volta, mentre Mara trascinava la slitta per qualche altro metro, uno di loro chiese con una vocina flebile: “Moriremo?”.
«No», disse Mara, anche se il vento cercò di soffocare la parola. «Non finché avrò le mani.»
Ci volle più di un’ora per percorrere una distanza che in una giornata limpida avrebbe richiesto dieci minuti. Ma finalmente la baita apparve dalla penombra, il bagliore dorato della lampada filtrava attraverso le persiane come una promessa. Mara trascinò la slitta oltre la soglia, chiuse la porta con un calcio alle
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