Seduta sul coperchio chiuso del water, immersa nella fioca luce giallastra di una lanterna da campeggio a batteria, c’era mia nipote di dodici anni.
Emma.
Sembrava un animale in trappola. Stringeva al petto un pesante libro di algebra come uno scudo. Una spessa coperta piegata le attutiva il contatto con la parte bassa della schiena, proteggendola dal getto della tazza del water. Matite, evidenziatori e foglietti sparsi giacevano sul tappetino umido ai suoi piedi. Indossava un pesante cappotto invernale sopra il pigiama, le labbra leggermente blu per la corrente d’aria che filtrava sempre dalla finestra smerigliata del bagno.
Il mio cervello si rifiutava di elaborare l’immagine. Non si trattava di una bambina birichina che si nascondeva per leggere fumetti. Si trattava di una ragazza costretta a sopportare un esilio miserabile e gelido solo per poter fare i compiti.
«Emma?» sussurrai,
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