mentre Debbie, sua madre, si appoggiava allo schienale della sedia con quel sorriso compiaciuto che ormai conoscevo fin troppo bene. Liquidò il mio complimento con una piccola frecciatina mascherata da battuta. “Ho pensato che ti sarebbe piaciuto qualcosa di carino per una volta. Indossi sempre scarpe così… pratiche.” Era sottile, ma inequivocabile: l’implicazione sottintesa che le mie solite scelte, la mia comodità, il mio gusto estetico, fossero in qualche modo carenti, indegni o addirittura inadatti agli occhi di Debbie. Mi sforzai di sorridere educatamente, relegando il commento in fondo alla mente come uno spillo che punge ma non fa sanguinare subito. Eppure ogni incontro con Debbie sembrava implicare uno spillo accuratamente posizionato, e la collezione cominciava a pesarmi. Guardai Arthur, sperando in una conferma, ma lui si limitò a scrollare le spalle, il suo modo silenzioso di dirmi di lasciar perdere, di mantenere la pace, di ricordare che “è solo
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