testarda”, come diceva sempre.
Debbie non mi aveva mai sopportata. Non era qualcosa che potessi liquidare con leggerezza come una fase passeggera di una nuova dinamica familiare. Il suo disprezzo era stato evidente fin dall’inizio, come un sordo ronzio di sottofondo a ogni cena di festa, a ogni riunione informale di famiglia. Che fosse sottile – come menzionare con nostalgia l’ex fidanzata di Arthur quando sapeva che ero presente – o palese – presentandosi senza invito al nostro anniversario con album di foto e un commento critico che sembrava più una performance che un regalo – trovava sempre un modo per ricordarmi che non appartenevo a quel mondo. Avevo provato di tutto, da piccoli gesti di gentilezza a tentativi attentamente orchestrati di creare un legame, ma niente sembrava scalfire il muro che aveva eretto. E non si trattava solo dei commenti espliciti; era l’atmosfera che creava, il giudizio silenzioso nella sua voce,
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