il modo in cui sedeva in un angolo della stanza, con le mani giunte, gli occhi che scrutavano, contando silenziosamente i difetti. Vivere sotto quella pressione costante non era facile, soprattutto perché i tentativi di rassicurazione di Arthur erano spesso troppo delicati, troppo distaccati, troppo fugaci per essere percepiti come un vero sostegno.
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Arthur, benedetto sia, cercò sinceramente di proteggermi dalle sue frecciate. All’inizio, scambiai la sua calma tolleranza con una tacita approvazione del comportamento di Debbie. “Non lo dice sul serio”, diceva, oppure “È solo… all’antica”. Volevo credergli, volevo accettare la versione secondo cui l’età e l’abitudine spiegavano la freddezza, che le sottili frecciatine fossero innocue manie di una madre estremamente protettiva nei confronti del figlio. Ma col tempo, emersero degli schemi impossibili da ignorare. Le osservazioni di Debbie non erano mai casuali; Erano sempre calcolate per affermare il suo dominio, per rafforzare una gerarchia
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