notte. È troppo piccolo. Respira a fatica. È meglio che preparare sua moglie alla perdita».
Ma mia madre, delirante per la febbre e la spossatezza, si rifiutava di accettare questa prognosi. “Vivrà”, sussurrò, stringendo il mio corpicino al petto. “So che vivrà. Sento il suo battito cardiaco. È debole, ma sta lottando.”
Aveva ragione. Sono sopravvissuta alla prima notte, ea quella successiva, ea quella dopo ancora. Ma sopravvivere non è la stessa cosa che prosperare. A un mese di vita pesavo appena tre chilogrammi. A sei mesi non riuscivo ancora a tenere la testa dritta. A un anno, quando gli altri bambini erano già in piedi e alcuni si muovevano i primi passi, io riuscivo a malapena a stare seduta dritta.
I medici che mio padre fece venire da Nachez, da Vixsburg e persino da New Orleans, dissero tutti la stessa cosa: la mia nascita
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