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La serata iniziò come tante altre. Le luci del negozio erano fredde, il pavimento lucido e l’aria odorava di polvere e detersivo a buon mercato.

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con occhi che guardavano tutto e nessuno.

Si fermò davanti alle caramelle. Allungò la mano, prese una confezione, si guardò intorno. Non era furba. Non era impertinente. Era disperata.

L’ho vista infilare il pacchetto in tasca. L’ho vista deglutire come se avesse qualcosa incastrato in gola. L’ho vista camminare verso l’uscita con quell’andatura esagerata e innaturale di chi finge di essere invisibile.

Sono uscito da dietro la cassa.

Non ho alzato la voce. Non ho chiamato la sicurezza. L’ho semplicemente raggiunta alla porta e le ho detto a bassa voce:

– Aspettare.

Si voltò come colpita. I suoi occhi si spalancarono, il suo viso impallidì ulteriormente e le sue labbra tremarono.

«No… per favore…» sussurrò prima ancora che potessi dire qualcosa.

Tirò fuori il pacco e lo tenne con entrambe le mani, come se stesse stringendo qualcosa di pericoloso. Poi scoppiò a piangere. Non il pianto infantile che passa in fretta.

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